foto del racconto

Amore a ru specchie


Non molto tempo fa presentai una bella canzone isernina: “Sernia meja” ed accennai alla bella e fattiva collaborazione artistica del noto Poeta di Isernia Sabino d'Acunto e del Maestro Pier Giuseppe Baccaro. Il D'Acunto ha scritto diverse poesie proprio perché fossero musicate dal Maestro Baccaro e, come già ho detto altre volte, la musica riesce a giungere là dove le parole certe volte trovano difficoltà ad arrivare.

Queste poesie, nella loro semplicità, ci presentano un mondo che ormai va scomparendo, un mondo fatto di una umanità disarmante e dove anche le piccole cose, i piccoli fatti acquistano una importante valenza. Oggi mi sono imbattuto nella poesia: “Amore a ru specchie” ed una infinità di pensieri hanno affollato la mia mente e mi hanno proiettato ai tempi di quando ero ragazzo, a quando il mondo rurale, e quello paesano, era vivo di atteggiamenti e credenze di vario tipo.
A volte, pur di far vivere o mantenere un amore ci si rivolgeva anche a sistemi ancestrali e formule magiche! Il Poeta D'Acunto, sicuramente, non mi rimprovererà se forzo la mano dell'immaginazione e darò un nome ai suoi personaggi. Io ho la certezza che, quando si scrive, anche quando cerchi di essere fuori dal racconto, non puoi non mettervi dentro qualcosa che abbia a che fare con la tua vita, qualcosa di autobiografico.
Angiolina è una bella ragazza “pezzegliera” (merlettaia), ed anche se ancora molto giovane ha molti corteggiatori e la sua vita si svolge in modo molto semplice e senza particolari contraccolpi. Di mattina presto, dopo aver svolto i necessari lavori domestici, prende il suo “pallone” insieme ai “tummarieglie” (fuselli) e si affaccia sulla piazza (oggi X Settembre), resa vasta ed ampia dal bombardamento, che rase al suolo un terzo circa della città; a quell'ora la piazza era già piena di merlettaie ed una musica particolare veniva fuori da quel “ticche ti... ticche tà... ticche ti.... ticche tà” e dal vocio, a volte silenzioso ed a volte sguaiato, delle donne che, mentre lavoravano, raccontavano di tutto e di tutti.
Ogni tanto, la mamma chiamava Angiolina per mandarla a fare qualche importante servizio o, spesso, per andare con la “tina” a prendere l'acqua da bere alla fontana delle Sette Cannelle, che non era molto lontana. Ed era in questi particolari momenti che alcuni giovanotti la seguivano rivolgendole, sottovoce, parole di apprezzamento e parole d'amore, ma lei si scherniva, facendo di tutto per non fermarsi o per non rispondere alle provocazioni; dentro di sé, però, era grandemente soddisfatta, senza darlo a vedere, delle numerose e continue attenzioni degli uomini. Anche con gli occhi bassi, riusciva a vedere e ad apprezzare o decisamente a scartare gli eventuali ammiratori.
La cosa, però, non poteva sfuggire alle pettegole “pezzagliere” una delle quali un giorno chiese esplicitamente ad Angiolina di fare dei nomi, anche per poter, secondo loro, dare qualche consiglio. La ragazza, considerando anche l'età matura delle sue compagne di lavoro, raccontò loro che almeno tre giovani l'avevano interessata particolarmente, ma uno in particolare, purtroppo non benestante come gli altri, ma era bello, robusto, forte ed alto.
I giudizi delle “comari” furono diversi, ma quasi tutte furono per scegliere i giovani danarosi. “Cara mia disse donna Carmela”, la più anziana e la più saggia, “ricordati che l'amore dura poco e con l'amore si possono affrontare tutti i disagi, ma, quando questo vola via, rimangono almeno i soldi e le proprietà, altrimenti pezzenteria, miseria e sacrifici!”.
La ragazza ascoltava e faceva tesoro di quello che ascoltava, anche se era sopraffatta da tanti dubbi: per un cuore giovanile tutti i discorsi sono validi, ma uno più di tutti: l'amore è sempre l'amore! Fu durante uno di quei giorni che a Carmela venne un'idea, si rivolse ad Angiolina e le disse: “Senti, una volta ho accompagnato la figlia di un'amica di Colle Marini dal “magario” di S. Agapito ed aveva il tuo stesso problema, aveva diversi pretendenti e non sapeva chi scegliere. Il magario le disse che doveva, da sola, ritirarsi nella sua camera, prendere uno specchio e guardarci fisso dentro e ripetere questa formula magica:
“Specchie lustre, specchie amiche
samme dice senza 'nganne
chella ch'è la veretà:
ce sarà nu 'nammurate
che me sposa dentr'a st'anne?
E stu core po' sperà?”
Angiolina fu contentissima e non vedeva l'ora di ritirarsi in camera per sperimentare la formula magica, anche se era abbastanza miscredente.
Arrivò la sera, la ragazza cenò, salutò tutti e dicendo di avere un gran mal di testa si ritirò nella sua strettissima stanza ad interrogare il suo amato specchio. Sedette sul letto, si mise comoda, dopo essersi adeguatamente pettinata e, leggermente, truccata, si guardò attentamente nello specchio e pronunciò la formula che le era stata insegnata.
Angiolina trasalì quando nello specchio, invece del suo volto, apparve quello di uno dei suoi ammiratori, forse quello più insistente e lo specchio parlò:
“Statte accorta figlia bella,
ca ru specchie ne 'n te rice
ne 'n te rice chella ch'è la verità.
Lassa'i, ca ru specchie è 'ngannatore
e l'amore è tradetore.
Siente a me: ne perde le cervella
penza buone, 'n t'affrettà.”
E all'improvviso parlò il suo ammiratore:
“'I so ricche: tenghe casa,
tenghe terre spase a sole,
la padrona tu può fa!
T'arrecope d'oro e argiente
che re fatte e no' a parole
se che me te vuò spusà”
Ma lo specchio rispose:
“Statte accorta figlia bella,
ca ru specchie ne 'n te rice
ne 'n te rice chella ch'è la verità.
No, no, no: né che l'ore o che l'argiente
po stu core esse cuntiente.
No, no, no: ne le perde le cervella,
quisse amore, ne me va.”
Ed ecco che nello specchio apparve l'altro ammiratore che disse:
“So' sempateche aggarbate:
le quatrare quand'i passe
me vulisser’ arrubbà.
Se tu acciette quist'ammore
meglie cocchia ce giurasse
de nu du' 'n ce sarà.”
Ma lo specchio replicò:
“ Statte accorta figlia bella,
ca ru specchie ne 'n te rice
ne 'n te rice chella ch'è la verità.
No, no, no: sa bellezza che tu dice,
né me fa certe felice.
No, no, no: né le perde le cervella,
quisse amore nen me va.”
Ed ecco apparire nello specchio il terzo ammiratore, quello per il quale Angiolina aveva un certo debole, che con voce un po' bassa ed amareggiata disse:
“ Tenghe sule core e vraccia
e te penze notte e juorne!
Preparate tenghe già
na casetta e n'urticielle
che ce gire attuorne attuorne
'ndo felice tu può stà.!
E, finalmente, lo specchio dà il suo consenso col dire:
“Statte accorta figlia bella
ca ru specchie te le ritte
te le ritte chella ch'è la verità.
Sci, sci, sci: è sincere quisse amore,
quisse amore è quire vere.
Sci, sci, sci: Finalmente aglie truvate
quire amore che vogl'i.”
E così Angiolina, grazie ad uno specchio e ad una formula magica, mise pace nel suo cuore.
E' certo che è grazie a questi nostri grandi personaggi della cultura isernina che ancora rimangono vive le tradizioni. Il Maestro Baccaro fece tanto per Isernia, creando un gruppo folcloristico, che riportò successi in Italia ed anche all'estero. Se guardiamo al presente di veramente culturale non troviamo assolutamente nulla ed i nostri nipoti, tra qualche anno, forse, di Isernia antica non ricorderanno proprio niente. Questo però sarà un grosso danno per la città, e succederà come a quelle persone che, per casi fortuiti, perdono completamente la loro memoria e non sanno da dove ricominciare.

autore: Antonio Tufano


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