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Tatamingo: ho conosciuto un uomo?


Si racconta che un filosofo greco antico, Diogene di Sinope detto il Cinico, nato nel 412 a.C., fondatore della scuola cinica insieme al suo maestro Antistene, un giorno andava in giro, con il sole, per la città di Corinto con una lampada accesa ed a chi gli chiedesse cosa andava facendo lui rispondesse: «Cerco l'uomo!», suscitando, chiaramente, ilarità tra i passanti.

In verità, i filosofi del suo tempo, per dileggio, lo chiamavano Socrate il pazzo. Ma era proprio pazzo Diogene? O forse aveva il coraggio di dire e fare quanto tanti vorrebbero dire e fare?
Quante volte ci siamo trovati, magari, a sparlare di persone o personaggi, pensando o dicendo con amici di tutto e di più contro questi e, poi, alla loro presenza siamo stati a stringere loro la mano se non addirittura a complimentarci per il loro attivismo o per le loro capacità. L'uomo è strano! E' molto difficile trovare un uomo veramente coerente con sé stesso e con quello che dice.
Penso a me stesso e mi accorgo, molto spesso, di essere due persone: quella che pensa e quella che agisce. A volte, ti trovi a pensare anche cose assurde, che poi non hai né il coraggio di dire né di fare. Spesso mia moglie mi vedeva pensieroso e mi chiedeva: «A che pensi?» ed io subito rispondevo: «A niente!», magari pensavo a cose talmente stupide che avevo anche vergogna di riferirle, forse guardavo la parete di fronte e pensavo se abbattendola si potesse creare uno spazio per fare chissà cosa, o cose simili. Sono certo che il mio non sarà un caso unico, ma tanti, forse tutti viviamo questa doppia vita: quella interiore di cui siamo gelosissimi e quella esteriore. Ci sono dei momenti in cui non riesco nemmeno a capire quello che mi stanno dicendo e rispondo con un sì o con un no o, addirittura, rispondo sgarbatamente perché mi si interrompe l'io pensante.
Sicuramente, non a caso il grande Robert Stevenson scriveva il famosissimo romanzo: “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde”. Il titolo presenta la parola “strano”, ma secondo me non è affatto strano, sono certo che dentro ognuno di noi esistano due “Io”, quello che pensa e quello che agisce ed i due atteggiamenti non sono sempre sincronici. E, poi, si pensa che ci sia il tempo che sconvolga completamente i due “Io”, infatti si pensa che quando sei maturo il tuo comportamento debba necessariamente cambiare. Umberto Saba, poeta triestino ci racconta, in una sua poesia, di essere in un bar e di vedere entrare un gruppo chiassoso di giovani e di ragazze e lui è attratto, nonostante avanti con gli anni, da quelle belle ragazze, ma nessuna gli rivolge lo sguardo e questo lo amareggia, perché gli fa pesare ancora di più la vecchiaia, ma l'aspetto fisico è l' “Io” che agisce, mentre quello pensante non invecchia mai!
Quindi, aveva ragione Diogene nel voler cercare l'uomo! Io un uomo l'ho conosciuto, o penso di averlo conosciuto. Quest'uomo di Isernia noi tutti della mia età lo conoscevamo con il soprannome di “Tatamingo”, parola formata da “Tata” papà e “Mingo” Domenico. Era un personaggio e di lui si raccontavano tanti episodi; era un bestemmiatore nato, conosceva tutti i santi del calendario e se li ricordava nel parlare, con cadenza fissa e lo faceva in modo così spontaneo che non ti dava fastidio e forse nemmeno a Nostro Signore. Noi amici lo fermavamo e lo pregavamo di raccontarci episodi della prima guerra mondiale che lui aveva vissuto in prima persona.
Era stato un assaltatore, uno di quei pazzi o disgraziati che venivano messi in prima linea, nella prima trincea ed al comando dovevano uscire ed assaltare le trincee nemiche e per far questo, quasi sempre, i soldati venivano riempiti di alcool, di grappa, in modo che non pensassero al grande pericolo che dovevano affrontare e se riuscivano a conquistare la trincea nemica l'esercito dietro poteva avanzare. Tatamingo non era molto alto, per l'età si era anche un poco abbassato, ma era robusto come una quercia ed aveva certe mani che era difficile stringerle e, nonostante l'età, siccome lavorava al macello pubblico, ci faceva vedere qualche volta come riusciva ad ammazzare i vitelli solo assestando un forte pugno tra le due corna del povero animale, senza aver bisogno di attrezzi adatti all'uso. Ebbene, ci raccontava che nei suoi assalti di soldato non portava mai il fucile, perché lo considerava un fastidio, pensiamo ai fucili di quella età, ma usava le mani e quando saltava nelle trincee nemiche stendeva i poveri soldati austriaci solo dando pugni in testa.
Per noi giovanotti era un mito; ricordo che una sera, all’imbrunire, io ed il mio amico fedele Franco Inghingolo, camminavamo per il Corso Garibaldi ed arrivati all'altezza della villa comunale ci fermammo ad assistere ad una strana scena; noi eravamo verso la scuola elementare S. Giovanni Bosco e vedevamo dall'altro lato, quello della Villa comunale, Tatamingo che cercava di scendere dal marciapiedi in mezzo alla strada per attraversarla; a quei tempi le macchine si contavano sulle dita di una mano, ma il poveraccio non ci riusciva, perché il marciapiedi era un bel poco alto e la strada era stata asfaltata proprio quel giorno, per cui il nostro eroe vedeva tutto nero; provava e riprovava a mettere il piede sulla strada ma subito lo ritirava indietro perché non riusciva a vedere il fondo e bestemmiava, forse anche più di un turco. Io e Franco vedevamo la scena e ci scompisciavamo dal ridere, poi andammo verso il vecchio, lo prendemmo per le braccia e lo accompagnammo dall'altra parte della strada, mentre il malcapitato, che aveva fatto il pieno di vino, bestemmiava contro il sindaco e gli assessori del comune perché avevano tolto quella bella strada bianca per farne una nera.
Potrei fermarmi qua nel raccontare di questo personaggio famoso ai miei tempi e che i giovani non hanno conosciuto; personaggio che io consideravo un vero uomo, coerente col pensare e con l'agire e per diverso tempo non lo incontrai più, perché non avevo intrapreso gli studi universitari con molto entusiasmo, non era quella degli studi classici la mia passione, volevo fare altro, ma le esigenze di famiglia mi consigliarono di studiare Lettere Antiche, ma lo facevo senza affaticarmi molto, quando, però, mi fidanzai e vedevo che la mia futura moglie già insegnava, mi diedi da fare e solo in un anno riuscii a sostenere nove esami. E' proprio vero che quando si vuole qualcosa non ci sono ostacoli davanti all'uomo!
Ebbene, mi impegnai tanto a discapito della passeggiata serale e non vidi, quindi, per diverso tempo quel bestemmiatore seriale, ma una domenica, andando a Messa dai cappuccini, essendo arrivato in ritardo, sedetti all'ultimo banco e distratto giravo la testa a destra ed a sinistra in cerca dei miei amici, quando fui colpito da una scena che mi lasciò traumatizzato: dietro a tutti, quasi vicino alla porta d'ingresso vidi Tatamingo e lo vidi con le braccia allargate e tese verso l'altare. Mi strofinai gli occhi non credendo a ciò che vedevo, sì il grande guerriero, il grande bevitore, il grande bestemmiatore era là a chiedere perdono ed a pregare. Forse era l'età, la paura della morte che si avvicinava, ma una cosa mi fu chiara in quel momento che anche in Tatamingo c'era un “Io” pensante.

autore: Antonio Tufano


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