foto del racconto

Chiese e monasteri celestiniani di Isernia


I forestieri e, forse, i tanti cittadini di Isernia che percorrono la strada S. Spirito, che porta al cimitero di Isernia e che si collega alla statale n°17, avranno, forse, intravisto, al limitare della strada stessa e in mezzo ai fabbricati nuovi, un rudere, ricoperto da spine e fogliame di vario genere.

Ho precisato che la visione è superficiale per chi passa in macchina, in quanto il succitato rudere si trova proprio in curva, fronte cimitero, mentre i tanti viandanti che, a piedi, incontro ogni giorno e che vanno a visitare i loro cari estinti, hanno tutto il tempo di osservare bene quella strana struttura.
Ci sono paesi diventati famosi per le sagre, per i tartufi, per le lumache, ecc., Isernia, famosa per la sua millenaria storia, ma soprattutto per aver dato i natali al grande e discusso Papa Celestino V, non ha saputo nemmeno rivendicarne i natali, nonostante siano conservate testimonianze e bolle papali, che ne attestano la nascita proprio ad Isernia, con il nome di Pietro Angelerio e quel rudere di cui parliamo è il primo “cenobio” celestiniano.
Qualche anno addietro, grazie ad un uomo di cultura, ma non isernino, il rudere, completamente seppellito fu riportato alla luce e, ricordo che ci fu una bella manifestazione con la presenza di molti politici e di tante autorità ed allo studioso Marcellino Di Costa furono riconosciuti grandi meriti per aver “diseppellito” Celestino V.
Ricordo, ero piccolissimo, che vicino a quel rudere c'era un porticato quadrato, come quello del Comune dove i nuovi proprietari del terreno passavano le loro giornate al fresco, da soli o con amici. Ho fatto l'esempio del porticato del comune di Isernia, ma il cenobio celestiniano era molto più grande, pensate che tutto il complesso misurava cinquanta metri per cinquanta.
Qualcuno potrebbe chiedere: “Ma dove è andato a finire?”, ebbene, come tutte le cose belle antiche di Isernia, è finito “in gloria”, seppellito dalle tante macerie provocate dal terribile bombardamento del 1943. Solo che io continuo a chiedermi: “Ma non c'era qualche altra località dove portare queste macerie?”; ora dove esisteva il monastero insistono ville e fabbricati e... un rudere.
La data di fondazione di S. Spirito di Isernia risale all'anno 1272, quando un Filippo Benvenuto e donna Gabriella, sua moglie, donarono, all'eremita Pietro Angelerio, un loro terreno posto fuori le mura della città, mentre lo stesso storico locale, il Ciarlanti, parla di un fondo paterno. E' questa una contestazione di poco conto, l'importante è che nel 1274 risulta già fondato e questo da una lettera apostolica di Papa Gragorio X, che conferma le diverse possessioni dell'Ordine Celestiniano e nel 1276 il Vescovo di Isernia Matteo, esonera il cenobio dalla giurisdizione ecclesiastica. Qualche anno dopo, nel 1294, in una bolla dello stesso eremita, diventato Papa col nome di Celestino V, troviamo elencata la nascita già di ventuno monasteri tra cui il “Monasterium S. Spiritus de Yserniae, S. Mariae de Trevento, S. Mariae de Anglone, S. Spiritus iuxta Venafrum..”.
Purtroppo della struttura architettonica conosciamo ben poco, in quanto fin dall'anno 1622 i monaci abbandoneranno questo complesso, a causa delle frequenti incursioni di ladroni, e si ritireranno in luogo più sicuro, dentro le stesse mura della città dove fondarono un nuovo cenobio dedicato al loro fondatore Celestino V, precisamente dove oggi si trova la chiesa, nelle vicinanze dell'ospedale di Isernia.
Del vecchio cenobio, come ho detto ci sono pochissime testimonianze, una cosa è certa che la costruzione fu romanica, con mura poderose, contrafforti, volte a botte ed a crociera, un solenne portale d'ingresso, il cui architrave poggiava su mensole aggettanti a protrome umana.
Insomma niente di particolarmente eclatante, ma in quel luogo, una volta isolato, si respirava aria di solennità e pace di sapore francescano. Della chiesa, come abbiamo già detto, non resta che un rudere. In verità non era molto spaziosa, era lunga otto metri e larga solo cinque, era formata da un'abside nel fondo e da un protiro in pietra, che fu smontato e venduto, legalmente, dagli ultimi proprietari a degli antiquari ed ora chi sa dove si trova.
Maggiore documentazione si trova sulla chiesa di S. Celestino, che verrà costruita, all'interno della città, e consacrata nell'anno 1624. La chiesa aveva delle accortezze stilistiche particolari, come una sola navata con soffittatura di tavole dipinte e con un quadro nel mezzo ed il pavimento era mattonato. Sui due lati si aprivano due cappelle per parte ed erano dedicate a vari santi; l'ultima sul lato sinistro era dedicata al fondatore Celestino e vi venne collocata una statua di legno, ma il fatto “comico” è che lo scultore, per errore, raffigurò il volto non di Celestino, ma del suo antagonista Bonifacio VIII (allo scultore, infatti, fu consegnata una moneta su cui erano raffigurate le due facce dei Papi e lo scultore, forse analfabeta, sbagliò immagine). La chiesa era ricca di un pregevole complesso scultoreo, di organo e di altre raffinatezze stilistiche, ma tutto fu distrutto dal bombardamento del '43.
Davanti si aprivano due porte: una che portava in chiesa e l'altra, che conduceva nel monastero, si affacciava su di un chiostro con due soli corridoi e con al centro un giardinetto con una bella fontana con acqua perenne, attestazione questa di chiara arte barocca.
Di quel poco che abbiamo descritto, anche in modo molto semplice, per far giungere il messaggio a più persone possibile, non esiste quasi più nulla, sia per il devastante terremoto del 1805 e sia per le distruzioni belliche; oggi se si entra in questa chiesa si rimane delusi, il nostro Papa meritava qualche testimonianza sicuramente migliore, è tutto insignificabile e trascurabile, anzi le superstiti strutture architettoniche seicentesche sono state deturpate da orribili imitazioni di finto marmo date a pennellate. Di veramente prezioso è rimasto solo un oggetto: un prezioso crocifisso, capolavoro dell'oreficeria abruzzese del secolo XIII che:
“... Petrus Coelestinus, perantique Aeserniae decus, patriam Cathedralem duplici Cruce donavit.”
E' una croce pettorale di argento cesellato, con smalti e pietre dure che viene messa sul busto ligneo del santo nella festività di S. Pietro Celestino, in quanto a lui stesso appartenne nell'ultimo periodo del suo brevissimo pontificato.
Prima di chiudere, rivolgo un accorato appello ai politici e soprattutto ai giovani perchè ridiano al Santo di Isernia, “a ru' Santon'” il giusto riconoscimento e di essere orgogliosi di un concittadino così illustre.

autore: Antonio Tufano


Info: https://www.facebook.com/antonio.tufano.50/posts/10214277089584449




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